Il post di oggi parte da questo articolo di Seth Godin sul software usa e getta.
Il punto di Godin è che il software, anche se invisibile, trasportabile e senza peso, prima durava. Costruire qualcosa di complesso richiedeva anni e migliaia di persone per mantenerlo. Anche un sito web complesso poteva essere considerato un asset tecnico durevole.
Ora, con le nuove tecnologie sulla scrivania di chiunque, scrivere software nuovo è spesso più facile che mantenere quello vecchio. Siamo nel mezzo di un’esplosione di software temporaneo che farà sembrare piccolo tutto quello che è venuto prima.
Anche Apple e Google stanno aumentando molto i tempi di approvazione delle app sui loro negozi virtuali, per via del “vibe coding”
Quello che resta
C’è una cosa, dice Godin, che resiste a tutto questo: la rete. Quando un’organizzazione è al centro di una rete, non conta se un concorrente costruisce un software nuovo e più bello. La rete resta lì dov’è. Una rete viva vale oggi più che mai, ed è per questo che le persone continuano a scegliere di stare “qui” invece che “andare là”.
Il collegamento con i dischi
Ho scritto di Sony che smette di produrre dischi fisici. Messi insieme, questi due pezzi mi fanno pensare a una domanda scomoda: il futuro dei giochi può essere fatto di giochi usa e getta?
Con i tool giusti, un piccolo team oggi può prototipare e testare in settimane un gioco che dieci anni fa avrebbe richiesto un anno intero. Sono affascinato da concetti di questo tipo. Se il software di gioco diventa scartabile, anche la relazione con il giocatore rischia di diventarlo: gioco, consumo, butto, passo al prossimo.
Ma esattamente come dice Godin, quello che resiste non è il singolo prodotto: è la rete. Un publisher che ha costruito una community viva, un lore a cui i giocatori si sono affezionati, magari un ecosistema di creator e gilde, non perde terreno solo perché un competitor ha sfornato un gioco più bello da vedere. Il vantaggio competitivo vero, nell’industria dei giochi come ovunque, si sposta sempre di più dal prodotto alla rete che lo circonda.
Forse la domanda giusta da farsi, per chi progetta giochi oggi, non è più “quanto durerà questo gioco?” ma “quanto durerà la rete di persone che lo circonda?”.